Bambini Cerebrolesi     
         
 
 
Bambini Cerebrolesi

Emotività, affettività e relazione

(VALUTAZIONE PSICOLOGICA DEI CEREBROLESI)

Premessa

In queste note, si fa riferimento all’importanza della valutazione psicologica nei bambini con danno al Sistema Nervoso Centrale (SNC), facendo più specificatamente cenno ai livelli di gravità medio-grave e grave, dove possono coesistere problemi di ritardo mentale e/o difficoltà motorie e/o del linguaggio e/o del comportamento.

Alcuni recenti studi sembrano dimostrare come una vita psicologica sia già presente nel feto strettamente collegata all’esperienze sensoriali, e segua lo sviluppo del bambino sin dalla nascita (Relier, 1996). Essi si collegano, infatti, al suo rapporto con le esperienze (sia sensoriali che emotive) percepite durante la gravidanza della madre, sia pure attraverso i filtri che la natura mette in atto in questo speciale periodo della vita degli individui (Fifer & Moon, 1994). Il neonato inizia così a svilupparsi autonomamente in un mondo dove la qualità della relazione appare l’aspetto determinante: al suo interno si realizzano, infatti, le percezioni emotive (piacevole/spiacevole) che lentamente andranno raffinandosi in un sottile gioco di stimoli/risposte, di vicinanza/allontanamento, di gestione dello spazio e del tempo sino ad acquisire una propria autonomia nel movimento e nella comunicazione.

Questo processo di crescita, che pian piano si arricchirà di nuove competenze, necessita di tempi piuttosto lunghi per dare al bambino la possibilità di acquisire abilità sociali e cognitive tali da poter consentire una sua reale autonomia (tarda adolescenza).

Da quanto sopra accennato, si può facilmente comprendere come i primissimi anni di vita siano importanti per lo sviluppo, ma ancor più per quei bambini che, per problemi diversi derivati da una sofferenza alla nascita, si trovano a dover acquisire le informazioni in una situazione limite.

In questo quadro, il sostegno psicologico e pedagogico ai genitori appare una condizione indispensabile per gestire lo stato di sofferenza che come individui, coppia, famiglia essi vivono. Ciò consentirebbe di poter avere forza ed energie per trasmettere energia, progettualità, voglia di vivere al proprio figlio consentendogli di rispondere attraverso l’emotività, in una situazione dove il linguaggio ed il movimento rappresentano un limite più che una risorsa.

L’emotività è stata definita da Hilgard (1962) come una specifica caratterizzazione della tonalità affettiva. Sia nelle sensazioni piacevoli che spiacevoli è l’intensità del tono affettivo sperimentato dall’individuo che caratterizza lo stato emozionale.

È noto che esiste una gradazione delle esperienze, originale e personale, che determina sia il livello d’intensità sia la profondità dei vissuti ad essi legati. L’originalità e la sensibilità danno il carattere d’intensità; esso è a sua volta influenzato dal livello d’elaborazione cognitiva che ogni individuo realizza in stretta interdipendenza con le esperienze già acquisite.

Una tale affermazione consente di poter ritenere come l’area emotiva sia in ogni caso presente nei soggetti anche con notevoli danni cerebrali. Essi possono trovarsi o nell’impossibilità di manifestare chiaramente le proprie emozioni o di manifestarle, utilizzando dei codici comprensibili alle persone loro più vicine e più disponibili a realizzare una differente modalità comunicazionale, per quanto semplice. La semplicità dei flussi comunicazionali non significa necessariamente semplicità di percezione dell’emotività e dei sentimenti ad essa legati.

Nelle persone con le lesioni cerebrali più importanti, i danni al SNC possono determinare una difficoltà a manifestare attraverso segnali raffinati le proprie emozioni. Stati emotivi come la rabbia, l’oppositività, la tranquillità, la contentezza possono essere in ogni modo riconosciute con un’adeguata attenzione e con l’aiuto di quanto riferito dai genitori e dai fratelli che hanno conosciuto, nel tempo, tali manifestazioni.

Uno dei comportamenti più presenti riguarda per esempio la capacità anticipatoria rispetto agli eventi che molti giovani sono in grado di manifestare. Tale capacità, se presente, ci consente di poter valutare in modo diverso le potenzialità legate ai processi di attenzione, osservazione ed associazione tra i diversi segnali percepiti dal bambino. Essi non solo confermano l’attivazione di processi memnonici sia cognitivi sia emotivi ma anche la percezione di variabili ed eventuali cambiamenti presenti nell’ambiente e nelle relazioni (es. si esce, si va al Centro di riabilitazione pur cambiando strada, vengono gli zii, etc.).

In un lavoro interdisciplinare di valutazione delle capacità presenti nei bambini con disabilità di sviluppo non si può quindi prescindere da una valutazione dell’area psicologica che consenta di poter individuare le aree di sviluppo meno compromesse, i canali comunicativi presenti e potenziali, per consentire al giovane di sentirsi, comunque, accolto.

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